Lara Bellardita - MioDottore.it
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Qualche settimana fa, subito dopo una delle parziali aperture dal lock down dovuto alla pandemia da COVID-19, ho fatto una delle mie consuete incursioni in una libreria Feltrinelli. Avevo voglia di leggere qualcosa di positivo, che mi scaldasse il cuore e alleggerisse la mente.

Il mio sguardo è stato attratto dalla copertina di “Cambiare l’acqua ai fiori”. Non avevo sentito parlare del libro e non conoscevo l’autrice ma mi sono voluta fidare dell’attrazione che stavo provando e l’ho portato a casa con me. Non posso che ringraziare il mio inconscio per avermi guidato!

La storia di Violette

“Cambiare l’acqua ai fiori” è uno di quei libri che ti dispiace finire; vorresti poter non rinunciare alla compagnia dei personaggi e soprattutto di Violette, la protagonista principale. È un libro che in alcuni momenti ti culla e in altri appassiona come un poliziesco. E che sicuramente lascia qualche seme nel cuore e nella mente. Attenzione, di seguito alcuni (piccoli) spoiler del romanzo.

Violette, è stata una bambina, poi una ragazza e infine una donna a cui la vita non ha risparmiato le sfide. Orfana, si innamora molto giovane di un uomo capace solo di amare se stesso, e forse neanche, da cui ha una figlia che diventerà la sua unica ragione di vita. Una serie di circostanze, fortuite e non, per buona parte drammatiche, la portano a diventare la guardiana del cimitero di un piccolo paese della Borgogna. Prendersi cura dei morti la porta a prendersi cura dei vivi, inclusa se stessa.

La storia di Violette si intrecciava ai temi di cui mi stavo occupando per il mio lavoro, anche durante la pandemia da COVID-19. Ormai da più di dieci anni il mio lavoro è centrato su come le persone rispondono alla malattia e come si adattano ai cambiamenti che ne conseguono. Negli ultimi anni il mio focus si è spostato sempre di più dai danni, dalla sofferenza che l’esperienza della malattia porta con sé, ai fattori che proteggono la qualità della vita e il benessere psicologico. Non per negare o sottovalutare il disagio psicologico di coloro che affrontano la malattia grave o cronica ma per far emergere il quadro completo fatto di limite, rabbia, perdita, fatica e insieme di speranza, forza e risorse e opportunità per imparare ad affrontare in maniera diversa se stessi e il mondo. 

Resilienza

“Ogni giorno la bellezza del mondo mi inebria. Certo, c’è la morte, i dispiaceri, il brutto tempo, il giorno dei morti, ma la vita riprende sempre il sopravvento, arriva sempre un mattino in cui c’è una bella luce e l’erba rispunta dalla terra riarsa” – V. Perrin, Cambiare l’acqua ai fiori

La ricerca mostra come la maggior parte delle persone sia in grado di “sopravvivere emotivamente” a eventi traumatici come una grave malattia. Come se, con le parole di Violette, a un certo punto, in qualche modo, non si possa proibire alla vita di riprendere il sopravvento. 

Le ricerche mettono in luce che pazienti che sviluppano condizioni di distress psicologico sono circa il 30-40%. La sofferenza maggiore è in genere riscontrata nella fase iniziale della malattia e se/quando si presentano recidive, peggioramenti, progressioni (parlando soprattutto delle malattie oncologiche ma non solo). Una percentuale importante e che non va sottovalutata. Per questo i pazienti oncologici e che soffrono di malattie croniche (e in questo periodo quelli che sono stati colpiti dal COVID-19) dovrebbero essere sempre valutati anche dal punto di vista emotivo, cognitivo e relazionale per identificare sia il rischio di insorgenza o peggioramento di disturbi psicologici che la presenza di risorse che possono essere preziose per affrontare la malattia nel breve, medio e lungo termine.

Fattori come la resilienza, l’ottimismo, la stabilità emotiva, il supporto di familiari e amici rappresentano i presupposti per attraversare il territorio della malattia senza subire grossi contraccolpi e addirittura in maniera positiva.

Resilienza è un termine che ha acquisito notorietà in campo psicologico a partire dal 2000, con la diffusione della Psicologia Positiva; è la capacità umana di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne rinforzati o addirittura trasformati. Non è solo adattarsi alla malattia e implica la capacità di usare ciò che sta accadendo in una situazione difficile o di crisi per gestire meglio anche le sfide del futuro. Cosa vuol dire essere resilienti? Le persone che sono resilienti sono quelle che davanti le avversità riescono a rispondere in maniera efficace utilizzando sia le proprie capacità di soluzione dei problemi che le proprie competenze emotive, riuscendo così a tornare a uno stato di equilibrio e in alcuni casi anche a sviluppare nuove competenze. Molto spesso una risposta di resilienza si manifesta attraverso piccole cose, gesti quotidiani, magari banali e che proprio per questo riconnettono a una condizione di “normalità”.  Gesti come quelli di cui parla Violette: “Ho aperto le tende, poi le finestre. Sono scesa in cucina, ho messo a bollire l’acqua per il tè e fatto prendere aria alla stanza. Mi sono ridedicata al giardino, ho ricominciato a cambiare l’acqua ai fiori. Ho di nuovo ricevuto le famiglie e offerto loro qualcosa di caldo o di forte da bere”.

Crescita post-traumatica

“Essendosi spenta la vita principale il vulcano era morto, ma sentivo crescere dentro di me ramificazioni e controviali, sentivo quel che seminavo. Mi inseminavo.” – V. Perrin, Cambiare l’acqua ai fiori

La malattia è un “cigno nero; non necessariamente evento raro ma comunque spesso inaspettato (anche quando lo si potrebbe associare a fattori di rischio ben conosciuti), che ha un impatto estremo e a cui, nonostante la sua natura anomala, viene a posteriori attribuita una spiegazione (spesso non attinente).

Per esempio, la pandemia da COVID-19 (decisamente classificabile come un “cigno nero”) ha avuto – e continuerà ad avere – un grande impatto dal punto di vista psicologico proprio perché ci ha tolto dall’illusione di poter prevedere e controllare gli eventi e da quella di essere immuni (nel senso letterale e figurato!). Questa consapevolezza può rappresentare il terreno in cui piantare nuovi semi, far crescere nuove opportunità, coltivare le relazioni. Come accade ai due protagonisti di “Non è mai troppo tardi” (magistralmente interpretati da Morgan Freeman e Jack Nicholson) che quasi per farsi beffa della malattia compilano una lista delle cose da fare prima di morire. Partiranno insieme per un lungo viaggio che li porterà soprattutto a riconnettersi al senso della vita, alla bellezza del mondo e al valore degli affetti.

Questo genere di situazioni non si verifica solo nel magico mondo del cinema. Intorno agli anni ’90, due ricercatori, Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun iniziarono a notare che le persone sperimentano una profonda trasformazione a seguito dell’esposizione a diverse tipologie di trauma e situazioni di vita difficili. Indagando il fenomeno, arrivarono a evidenziare che circa il 70% dei sopravvissuti a un trauma riporta una crescita psicologica positiva: maggiore riconoscenza verso la vita, individuazione di nuove possibilità per la propria esistenza, relazioni interpersonali più gratificanti, vita spirituale più ricca, senso di connessione con qualcosa di più grande. Nel mio lavoro come psicologa e psicoterapeuta ho più volte raccolto testimonianze di pazienti che dopo la diagnosi di tumore alla prostata hanno maturato la consapevolezza di aver investito molte più energie sull’attività professionale che sulle relazioni familiari e l’intenzione di dedicare più tempo e attenzione alla vita familiare. Pazienti che sono sopravvissuti al COVID-19 potrebbero sviluppare un senso di gratitudine nei confronti di chi si è preso cura di loro, con emozioni positive e desiderio di fare a loro volta qualcosa di positivo per la comunità.

Anti-fragilità

“Un po’ di pioggia, un po’ di sole, e spuntano germogli venuti da chissà dove, forse portati dal vento” – V. Perrin, Cambiare l’acqua ai fiori

Una tesi coraggiosa è quella che Nassim Taleb presenta nel suo libro “Anti-fragile. Prosperare nel disordine”. L’autore spiega come tutti gli organismi e i sistemi non solo sono predisposti a sopravvivere ai cambiamenti e agli stressor; affinché una persona o un organizzazione possano prosperare è assolutamente necessario che vengano sottoposti a una serie di eventi avversi, di piccole dimensioni e in maniera costante. L’adattamento dinamico e la capacità di rispondere in maniera flessibile che ne conseguono diventano risorse preziose a cui attingere nel momento di difficoltà. L’iper-protezione crea una profezia che si auto-avvera: più una persona non è esposta al rischio di un danno, più verrà danneggiata nel momento (inevitabile) in cui qualche evento avverso si presenterà. Violette è uno splendido esempio di anti-fragilità: i doni che riesce a fare alle persone che abitano il suo piccolo mondo e che col tempo riuscirà a fare anche a se stessa non avrebbero potuto esistere se la sua vita fosse stata priva di cadute e di risalite. Questo non significa semplicemente che si impara dagli errori e che è solo la sofferenza che fa crescere. Anzi, Violette e i suoi amici fioriscono insieme ai fiori e alle piante di cui la protagonista si prende cura nel giardino e nell’orto antistante alla casa attaccata al cimitero; prosperano nel disordine, nell’incertezza, nell’imprevedibilità della vita di ciascuno tenendosi compagnia, prendendosi cura l’uno dell’altro, ciascuno a modo proprio.

Violette sembra avere quella capacità di cui parla Taleb, “un meccanismo attraverso il quale il sistema si rigenera in continuazione utilizzando, invece che soffrendo per, eventi casuali, traumi non prevedibili, stressor e mutabilità.” L’imprevedibilità degli eventi non è, nella prospettiva di Taleb, una bestia da domare, un nemico da sconfiggere (immagini che spesso vengo utilizzate per parlare della malattia); è piuttosto un’onda da cavalcare, con presenza e consapevolezza.

L’anti-fragilità non è una caratteristica innata, un talento, una questione di carattere. Si costruisce nel tempo, attraverso le esperienze e la consapevolezza e la compassione con cui si vivono tali esperienze. Anti-fragilità non implica non provare emozioni, distress, fatica ma, con le parole dell’autore, trasformare “la paura in prudenza, il dolore in informazione, gli errori in iniziazioni e il desiderio in iniziativa”. Per sviluppare anti-fragilità può servire una guida, un accompagnatore, qualcuno che ispiri e mostri la strada.

Per concludere, una malattia grave (cronica, oncologica, il COVID-19) è un “cigno nero”, un evento anomalo, spesso inaspettato e imprevedibile che porta con sé fatica, sofferenza, limite e allo stesso opportunità per crescere, cercare nuovi significati, coltivare nuove intenzioni, sperimentare la capacità di andare oltre l’adattamento e dedicarsi, come Violette, a innaffiare, raccogliere gli ortaggi maturi, coltivare – come le dirà qualcuno nel libro – “per condividere, sennò non è divertente”.

Grazie a il collega e amico dr. Riccardo Pignatti per avermi consigliato la lettura di Anti-fragile; tutti i pazienti e le persone che mi hanno mostrato che resilienza, crescita post-traumatica e anti-fragilità sono reali e non concetti astratti usciti dalle penne di psicologi, sociologi, ricercatori.